Con la cultura non si mangia? In azienda può fare la differenza

Il termine “Corporate social responsibility”, spesso abbreviato sbrigativamente in Csr, è entrato ormai stabilmente nel lessico manageriale e dei media. Un’espressione che indica tutte quelle attività che un’azienda mette in campo nell’ottica di creare valore per il contesto sociale in cui opera, sia in termini di iniziative per il pubblico sia di autentici investimenti di medio-lungo termine. Un concetto che può essere però declinato ulteriormente in modo da mettere in evidenza l’impatto sociale di una categoria particolare di investimenti: quelli in ambito culturale. La base su cui fondare una “Corporate cultural responsibility” (Ccr).

DigitalLife

Settore poco sfruttato. Sono stati scritti litri di inchiostro sul tema della cultura come fattore di sviluppo del nostro Paese, dotato di un patrimonio culturale e paesaggistico che non ha eguali a livello globale. Ciononostante, è ancora difficile valutare le risorse che un’azienda decide di destinare alla cultura con gli stessi parametri che utilizziamo normalmente per i fondi impiegati in altre aree, come l’ambiente.

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La rivoluzione di Macron: essere leader, non “normale” come noi

Ora che il giovane Emmanuel Macron è diventato a sorpresa l’ottavo presidente della Quinta Repubblica francese è interessante fare qualche riflessione sull’immagine di questo giovanissimo ex ministro con un passato di banchiere e una formazione nelle scuole d’élite del Paese. Macron, di estrazione borghese e con un percorso professionale di altissimo livello, ha infatti sconfitto la candidata che ambiva a rappresentare il “popolo” francese tradito dalle false promesse della globalizzazione, Marine Le Pen. Lasciando da parte etichette abusate come “populismo”, la domanda che sorge spontanea è la seguente: cosa è più vincente oggi? Dimostrare la capacità di guidare un Paese grazie alle proprie competenze o fare di tutto per sembrare “normali” e nella media?

2017-05-10

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Trump, la brutta e sciatta copia di Obama anche in foto

I momenti migliori della nostra vita sono anche quelli che scegliamo di immortalare attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Questo vale per tutti, sia per il nostro vissuto privato sia per quello professionale. Non mi stancherò mai di ripetere che una componente fondamentale dell’immagine del top management di una società è anche rappresentata dai materiali fotografici che mettiamo a disposizione del pubblico. Il ritratto ufficiale dell’amministratore delegato, le fotografie che testimoniano la sua partecipazione a convegni o a momenti importanti per l’azienda sono un patrimonio a cui possono attingere i media e chiunque navighi sul sito web corporate. Un’attenzione per la cura della propria immagine che vale ancora di più per le figure che ricoprono importanti ruoli istituzionali.

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Non c’è fortuna ma metodo dietro il successo dei sondaggi francesi

Il passaggio al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del candidato centrista e filoeuropeista Emmanuel Macron e della leader dell’estrema destra Marine LePen è sicuramene l’evento politico più discusso degli ultimi giorni. Non spetta a me fare valutazioni di carattere politico, quanto piuttosto cercare di capire quali “lezioni” possiamo trarre: dall’ambito digitale ai vituperati sondaggi, passando per il nuovo modo di raccontare un appuntamento elettorale così cruciale e denso di incognite.

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Non solo “mi piace”. Sembra un’affermazione scontata, eppure in molti casi tendiamo ancora a considerare i social media come qualcosa di accessorio, utile solo per lo stuolo di “smanettoni” che non verrebbero raggiunti con i mezzi più tradizionali. Innanzitutto, è bene precisare una volta in più che una presenza forte e incisiva sui social network ha un’importanza che va ben oltre la contabilità dei “mi piace”. I contenuti che diffondiamo su Facebook o su Twitter sono parte integrante della nostra comunicazione giornaliera e un tassello fondamentale dell’immagine del candidato.

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Pepsi, non si scherza con l’impegno politico e i diritti civili

Una giovane modella impegnata in uno shooting fotografico, le strade invase da manifestanti per la pace, la decisione improvvisa della ragazza di abbandonare il set e di unirsi sorridente ai coetanei. Infine, l’immagine-simbolo: il confronto silenzioso tra i manifestanti e un cordone di poliziotti anti-sommossa, simbolo dell’autorità e dell’ordine costituito. Una contrapposizione ricca di tensione a cui porre fine offrendo a un agente una lattina di Pepsi, per poi esplodere in un momento di gioia liberatoria.

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Qualcosa è andato storto. Gli ingredienti che il colosso americano delle bevande gassate aveva mixato nel nuovo ambiziosissimo spot (quasi un cortometraggio) erano stati selezionati con il chiaro scopo di parlare a un pubblico giovane e disincantato come quello dei Millenial, i nati tra gli Anni 80 e i primi Anni 2000: il fascino della starlette televisiva da reality show (Kendall Jenner, sorellastra di Kim Kardashian), la celebrazione di valori universali come la libertà e l’armonia (il corteo è evidentemente multi-etnico), un approccio ideale che non si limita a promuovere il consumo di un prodotto, ma si dimostra piuttosto in linea con lo spirito dei tempi. Eppure qualcosa è andato storto.

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