Gli italiani e la radio: una passione sempre viva

Nonostante sia tradizionale, questo mezzo è amato e seguito da milioni di persone ogni giorno. Per questo i comunicatori non devono sottovalutarlo. Anzi: target mirato e diffusione non invasiva sono punti di forza da sfruttare.

Le app sul nostro smartphone sono uno strumento a portata di mano, che consultiamo quotidianamente in cerca di qualsiasi cosa: dalle news dell’ultima ora alle previsioni del tempo, dalla nostra canzone preferita all’andamento in Borsa dei titoli. Eppure c’è un mezzo, molto più antico dei nostri cellulari, che è in grado di sostituire in un colpo solo tutte queste applicazioni: la cara vecchia radio.

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Tradizione e innovazione. L’ultimo rapporto Censis (2016) fotografa efficacemente quello che definisce il «boom del digitale»: nel corso degli ultimi 10 anni gli utenti di internet nel nostro Paese sono passati da meno della metà a quasi tre quarti della popolazione, complice l’inarrestabile diffusione degli smartphone. Come prevedibile, si mantiene tuttora incontrastata la leadership della televisione (che raggiunge oltre il 97% degli italiani), accompagnata dal declino della carta stampata (solo 40%). Tradizione non si associa però a inevitabile ridimensionamento del ruolo: con un’utenza complessiva pari all’83,9% degli italiani, la radio si conferma infatti scelta irrinunciabile per un bacino di ascoltatori in cui il ricorso agli apparecchi tradizionali è in aumento (+4,8% in un anno). Una passione, quella per la radio, che viene ulteriormente rafforzata dall’avvento del digitale: non stupisce che la crescita complessiva dell’utenza da smartphone, per esempio, sia stata pari, nel periodo 2007-2016, al +13,7%. Anche l’ascolto della radio su internet via computer ha registrato un balzo del +6,9% nello stesso periodo, a ulteriore dimostrazione che i nuovi mezzi non distruggono i vecchi, ma possono potenziarne il raggio d’azione grazie alle nuove tecnologie.

Un settore dai numeri stellari. L’indagine Radiomonitor di Gfk-Eurisko, a cui hanno aderito le 17 emittenti nazionali e 297 stazioni locali, ha esaminato un campione annuo di 120 mila casi e un panel di 10 mila ascoltatori, elaborando numeri stellari per il settore: in un giorno medio, più di 34 milioni di ascoltatori (il 65,4% della popolazione) si sintonizzano su una stazione radiofonica per gustarsi l’ultima hit o ascoltare un dibattito.

Se dovessi però mettere da parte le cifre, non avrei dubbi nel difendere appassionatamente la radio come mezzo di comunicazione dalle caratteristiche uniche. Una «magia», per citare il conduttore del programma di Radio2 Caterpillar Massimo Cirri (autore del volume Sette tesi sulla magia della radio, edito da Giunti), che si esprime nella capacità di parlare a tutti: quando una voce alla radio dialoga con gli ascoltatori, ha sostenuto Cirri in una recente intervista, possiamo immaginare che si rivolga direttamente a noi. Una sensazione che la televisione non potrà mai trasmettere, perché legata alla concezione di un pubblico che, seduto a casa, assiste a uno show senza possibilità di intervento. Pensiamo invece alle migliaia di telefonate in diretta che ascoltiamo durante i programmi radiofonici o al profondo senso di familiarità che ci trasmette una voce conosciuta.

Offerta di contenuti vastissima. La radio è unica anche perché è materia viva che non assume mai una forma definita. L’offerta di contenuti non potrebbe essere più varia: dai programmi di approfondimento delle stazioni Rai o di Radio24 al divertimento puro dei grandi network, passando per una miriade di canali locali di cui avvertiamo le sfumature d’accento sfiorando le manopole della nostra autoradio quando siamo in viaggio. È l’Italia della radio e delle radio in cui grandi volti della televisione hanno mosso i primi passi proprio dietro a un microfono (pensiamo a Carlo Conti o Gerry Scotti) durante la grande stagione delle emittenti private. Oppure hanno deciso, come nel caso dello showman Fiorello, di lasciare la tivù per tornare a sperimentare in uno studio radiofonico. Se dovessi riassumerla in tre sostantivi, la radio è quotidianità, varietà e libertà di espressione.

Strumento di ascolto del territorio. Un appunto per i comunicatori: non cediamo all’inspiegabile tentazione di non considerare la radio nelle nostre strategie, ritenendola minoritaria. Sono molti i punti di forza da tenere a mente quando pianifichiamo una campagna o diffondiamo un comunicato stampa. Innanzitutto, uno spot radiofonico o un’intervista in un programma possono essere ascoltati da fasce molto diverse di popolazione, a seconda dell’orario o del network selezionato: siamo sicuri che otterremmo lo stesso risultato con un’azione analoga in televisione? Seconda osservazione: le radio locali sono uno strumento formidabile di ascolto del territorio e di diffusione dei nostri messaggi. Per un’azienda con solide radici locali sono un’opzione da non trascurare per informare sulle proprie attività in modo continuativo e più mirato. Infine, la poca invasività: un annuncio radiofonico si inserisce nella nostra vita quotidiana senza stravolgerla e in momenti in cui siamo più disponibili all’ascolto, come un lungo viaggio in auto, una pausa dal lavoro o l’attesa di un appuntamento. In un’epoca frenetica in cui schiviamo un bombardamento costante di messaggi e aggiornamenti, è la garanzia migliore che ciò che vogliamo dire non sarà accolto con fastidio o possibilmente silenziato. La radio sarà pure un mezzo tradizionale, ma è più viva che mai.

*Twitter: @gcomin

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