L’immigrazione è una sfida anche per la comunicazione

Sensibilizzare i media sui modi per "raccontare" ciò che accade, aprire nuovi canali con i Paesi d'origine, fornire informazioni chiare ed esaustive: tre passi per affrontare l'emergenza.

Il tema dei migranti non è certo una novità delle ultime settimane, ma come ogni estate si avvia a essere uno degli argomenti di maggior rilievo per l’opinione pubblica. L’Italia, posta al centro del Mar Mediterraneo e affacciata sul continente africano, è per ovvie ragioni investita direttamente da quello che è ormai un fenomeno di portata globale e che va affrontato in quanto tale. Abbiamo tutti seguito sui giornali la dialettica, spesso intensa, che si sviluppa tra Roma e gli altri Stati membri dell’Unione europea, restii a farsi carico di un problema che appare ancora esclusivo appannaggio dei Paesi mediterranei. Ai «no, grazie» di molti governi della Ue, invitati a rispettare i propri impegni in materia di redistribuzione dei rifugiati, è seguito il confronto molto duro avvenuto all’ultimo vertice informale dei ministri degli Interni a Tallinn, durante il quale il ministro degli Interni Marco Minniti ha tentato di convincere gli omologhi europei ad aprire i propri porti a quanti sbarcano stremati sulle coste della “Fortezza Europa”.

Immigrazione-clandestina

Media e opinione pubblica. Quando un tema assume una rilevanza che esula il ristretto ambito degli specialisti, la comunicazione entra in gioco in modo preponderante: sono infatti i media a diffondere le notizie e a “formare” giorno dopo giorno l’opinione pubblica, mentre è compito dei decisori identificare la formula comunicativa più efficace per condividere le informazioni necessarie con i cittadini e tutti gli interessati. «Non ne sapevamo nulla» è l’affermazione che sentiamo gridare dalle persone intervistate durante i servizi dei telegiornali o dai sindaci che protestano in nome di comunità locali disorientate dall’improvvisa presenza di migranti in strutture riadattate per ospitarli. L’informazione è un bene essenziale per impedire la diffusione di dati distorti che mettono a repentaglio la tenuta del tessuto sociale italiano, oltre alle concrete possibilità di integrazione di quanti arrivano nel nostro Paese in cerca di un futuro migliore.

La responsabilità è dunque innanzitutto di quanti raccontano una realtà che si presta facilmente a strumentalizzazioni e banalizzazioni, ma non per questo può essere perennemente distorta da un lessico inadeguato. Non è un caso che qualche anno fa la rete televisiva Al Jazeera abbia comunicato ufficialmente di aver abbandonato l’uso della parola «migrante», con riferimento a quanti rischiano la vita attraversando il Mediterraneo. «La parola migrante», ha dichiarato allora il direttore, «è diventata un ombrello molto poco accurato per definire la complessità di questa storia». Una provocazione che dovrebbe farci riflettere.

La potenza della tivù. Un fronte spesso poco esplorato è quello delle azioni rivolte a quanti stanno per partire per le coste europee o immaginano di farlo a breve. Per coglierne appieno l’importanza pensiamo, per esempio, al potere della televisione italiana nel formare l’immaginario collettivo di un Paese che ha visto molti suoi cittadini salpare per l’Italia negli Anni 90: l’Albania prostrata da decenni di dittatura. Identificare canali di comunicazione tramite i quali raggiungere le persone nei luoghi d’origine sembra forse un’impresa ardua, ma non impossibile. Non si tratta di lanciare improbabili campagne di comunicazione, quanto di attivare strumenti in linea con i nostri obiettivi: fare perno sugli account social delle nostre ambasciate per ingaggiare quanti navigano su Internet, rendersi disponibili a fornire informazioni su tematiche delicate come la concessione del diritto d’asilo, assicurarsi che i governi comunichino ai propri cittadini le attività di cooperazione internazionale messe in campo dall’Italia e dalla stessa Unione europea.

Infine, un’altra area da presidiare: la comunicazione rivolta a quanti si trovano nel nostro Paese e affrontano uno dei vari passaggi previsti dal diritto internazionale ed europeo: la sospirata attesa della regolarizzazione della propria posizione o la necessaria negazione di un diritto del quale non si è titolari. Un’esigenza che è ben presente al Viminale: il dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione ha infatti lanciato di recente un bando per una campagna informativa sul cosiddetto «rimpatrio volontario assistito». Un passaggio “obbligato” e sicuramente delicato, che richiede anche la capacità di spiegare tale strumento sia ai potenziali destinatari sia a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, operano in settori collegati. Chiarezza, capacità di semplificazione di argomenti complessi e disponibilità di adeguati materiali informativi sono in questo caso tre elementi imprescindibili.

La sfida per l’informazione. Sensibilizzare gli organi di informazione sulle modalità più efficaci di “raccontare” un fenomeno globale, aprire nuovi canali di comunicazione con le società dei Paesi d’origine, fornire tutte le informazioni necessarie a coloro che sono parte dei processi di gestione del fenomeno. Ecco perché la sfida della migrazione è politica, economica, geopolitica ma anche comunicativa.

*Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma

 

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