Nell’era della post-verità restituiamo valore alla tivù

Non basta aggregare notizie. È fondamentale utilizzarle per costruire un racconto della realtà esauriente. Ma anche a prova di bufala. E in questo il web non è all'altezza dei grandi network.

Non è stato certo l’autorevole parere dell’Oxford Dictionary a convincerci che viviamo in un’epoca in cui domina il pericolo della disinformazione, amplificato dalla dirompente moltiplicazione di canali e dal proliferare delle piattaforme da cui attingiamo quotidianamente notizie. Sembra quasi un luogo comune, ma è incredibile pensare che sia possibile seguire i maggiori avvenimenti o cercare di costruire una propria opinione politica anche solo affidandoci distrattamente ai contenuti che le nostre innumerevoli timeline, su Facebook o Twitter, mettono insieme per noi.

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Internet a doppio taglio. Questa facilità di fruizione comporta però molti rischi. Ecco che la “bufala” (o post-verità) diventa qualcosa di tangibile e di insidiosissimo: una pagina web con un nome ambiguo, un portale che sembra rivelare verità che i media mainstream nascondono, post virali che destano l’indignazione di un secondo e si prestano a essere condivisi con la nostra community in un clic. Come disinnescare questo rischio? Ci sono due recenti eventi politici che sembrano aver risvegliato improvvisamente la consapevolezza del problema. Prima dell’estate, la decisione del Regno Unito di “staccarsi” dal Continente uscendo, con modalità ancora tutte da definire, dall’Unione europea. A inizio novembre, l’arrivo del ciclone Donald Trump alla Casa Bianca ha spinto molti ad avanzare dubbi sugli strumenti che il mondo dell’informazione e del web fornisce ai cittadini.

Notizie senza filtro. Dichiarazioni basate su dati inesistenti, accuse infondate, progetti chiaramente irrealizzabili non sarebbero sottoposti, secondo alcuni, ad efficaci misure di fact-checking. Il problema si complica quando “non-verità” vengono diffuse e condivise, convincendo gli utenti e determinandone l’orientamento. Si creano dunque “bolle”, soprattutto nei nostri vari profili social, con le nostre convinzioni che continuano a trovare conferme in spazi web non presidiati o ingannevolmente autentici. Questo si ripercuote anche sull’autorevolezza dei media come i giornali e i network televisivi: o le loro notizie vengono affogate nel coacervo indistinto di vero e falso oppure vengono percepite come distorte e non affidabili.

Nel caso di Trump, l’attacco alla partigianeria dei media è diventato una cifra distintiva. Ma se mettere in dubbio la neutralità dei “giornaloni” nell’atmosfera concitata di un comizio è quasi giustificabile, sorprende che tale atteggiamento sia stato confermato da Trump anche da presidente eletto. Il primo a finire sotto i suoi strali è stato il New York Times, che durante la campagna ha apertamente sostenuto Hillary Clinton. Prima Trump ha disdetto senza preavviso l’atteso incontro con la redazione, definendo il Nytsu Twitter un quotidiano sull’orlo del fallimento. Poi ha accettato di recarsi in redazione, lamentandosi per la terribile copertura mediatica che gli è stata riservata per tutta la campagna.

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Una lamentela che ha lasciato il posto, nelle ultime ore, a una furibonda polemica con un altro rappresentante blasonato dei media statunitensi, la Cnn. Indispettito per il modo in cui il network avrebbe coperto le sue ultime dichiarazioni (che giustificavano il sorpasso in termini di voto popolare attribuendone le cause al voto di elettori “illegali”), il tycoon non ha esitato a disseppellire l’ascia di guerra. Già in passato aveva definito sprezzantemente la Cnn l’ufficio stampa dei Clinton, lasciando che i suoi sostenitori lanciassero cori di insulti contro la rete. Stavolta l’attacco si è svolto retwittando senza remore gli insulti che molti utenti hanno rivolto al network, conferendo loro un endorsement quasi “presidenziale”.

Trump a parte, proprio la televisione potrebbe recuperare un ruolo centrale nel mondo dell’informazione. Le bufale sono sempre esistite, così come la tentazione di una parte politica di sconfiggere l’avversario diffondendo falsità sul suo conto. La virulenza con cui Trump attacca i grandi network televisivi non deve però trarci in inganno. In un momento in cui il web si rivela essere, purtroppo, anche una piattaforma che contribuisce alla diffusione di notizie tossiche e la carta stampata lotta faticosamente per ritrovare un ruolo, la televisione ha tutte le carte in regola per emergere come hub fondamentale dell’informazione.

La falsificazione delle immagini. La falsificazione delle immagini è molto più complessa da compiere e garantisce, almeno per ora, un racconto della realtà che compensa la facilità con cui un portale online può costruire una notizia falsa. Il sito di un grande quotidiano può inciampare nell’ennesima bufala fabbricata ad arte con foto correlate, ma difficilmente un notiziario le dedicherà un servizio. Un tweet con cifre sballate o promesse irrealizzabili può essere inviato con facilità, ma è improbabile che un grande network lo riporti senza contestualizzarlo. Nell’era della post-verità e del web imperante, dunque, la televisione potrebbe dimostrarci che non basta aggregare informazioni, ma è fondamentale utilizzarle per costruire un racconto della realtà che sia esauriente e veritiero.

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