I social nelle emergenze maltempo? Utili, ma senza abusarne

Foto, video e "Safety check" per rassicurare sulla propria incolumità. Twitter e Facebook sono d'aiuto nei casi come gli uragani Irma e Harvey. Occhio però alle fake news. E a non diventare "rumore di fondo"

Dire che i social media sono diventanti una componente fondamentale della nostra vita è quasi lapalissiano. Quello che ancora ci colpisce, dopo anni in cui sembriamo fare a gara a chi occupa più social network degli altri, è l’infinità degli usi a cui si prestano e la loro estrema versatilità.

Il racconto passa dai social. A pensarci bene, siamo ormai in grado di scrivere un commento su un caso di politica internazionale o su un programma televisivo con la stessa facilità e nonchalance. Una tendenza che si rivela ancora più evidente in situazioni di emergenza: eventi terroristici o catastrofi naturali, per esempio, sono sempre più raccontati e vissuti sul web e sui nostri account social media. Con molte opportunità, ma anche rischi.

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Tradizionali servizi e non solo. Le cronache sono state dominate dai reportage del devastante uragano Irma, che si è abbattuto sulle coste degli Stati Uniti con tutte le sue drammatiche conseguenze. Come spesso succede anche nel nostro Paese, siamo abituati ad assistere ai tradizionali servizi dei telegiornali dai luoghi impattati dal fenomeno meteorologico, spesso curati da reporter esposti alla furia degli eventi in diretta televisiva.

Il filtro dei media, però, viene sempre più aggirato da una miriade di reportage “fatti in casa”, rilanciati sul web da migliaia di persone comuni. Riprendere con il proprio telefonino l’arrivo dell’uragano, documentare in diretta su Periscope il livello raggiunto da un’inondazione, scattare fotografie dalla propria finestra di casa: tutto questo rappresenta una nuova forma di “giornalismo” non professionistico, con cui ormai dobbiamo fare i conti.

Testimonianze “avventurose”. Uno sviluppo comunicativo non banale: dalla testimonianza “avventurosa” di un inviato professionista al servizio di un grande network o di un quotidiano al racconto in presa diretta di chiunque abbia la sfortuna di trovarsi in prima persona in una situazione di emergenza. Nessuna illusione, sia chiaro: i contenuti diffusi sul web possono essere un interessante tassello del racconto generale, ma non possono rappresentare una fonte altrettanto autorevole.

Rischio di far girare le bufale. Anche un quotidiano storico come il Washington Post ha dedicato alle immagini della Rete articoli che raccoglievano e segnalavano le più interessanti, senza che questo sostituisse in alcun modo la copertura affidata ai membri della redazione. Non è una mera questione di difesa delle rispettive aree professionali: il maggior pericolo è quello di legittimare qualunque notizia, anche quelle false.

È quanto è accaduto di recente, come segnalato da BuzzFeed, quando un utente Facebook è stato in grado di diffondere in modo virale una finta mappa sull’uragano Irma con il logo della National Oceanic and Atmospheric Administration. Un falso clamoroso che, oltre a dare informazioni sbagliate sul percorso dell’uragano, è stato purtroppo condiviso per oltre 37 mila volte nel giro di 17 ore. Ben venga il potere informativo del web, ma senza perdere di vista il pericolo di “fake news”.

Connessi con le persone care. La Rete non è solo informazione, ma anche possibilità di restare connessi con le persone care e con le autorità competenti. Una realtà che è alla base della scelta di Facebook di introdurre un “Safety Check” che consente di comunicare agli amici la propria incolumità nel caso di catastrofi naturali o attentati terroristici.

“Community Help” per dare aiuto. Ad agosto Facebook ha annunciato di aver reso permanente tale funzione, avviata nel 2014, rendendola immediatamente disponibile a chiunque abbia necessità di trasmettere in modo efficace una rassicurazione di questo tipo. A questa applicazione si è da poco aggiunto il “Community Help”, che permette di trovare od offrire aiuto durante una situazione di crisi.

Non è un caso che i social network siano diventati, per forza di cose, un sostituto naturale delle chiamate d’emergenza al 911, come analizzato dal sito della National Public Radio (Npr) in occasione di un altro uragano recente, Harvey. Le testimonianze raccolte sono molteplici: dal gruppo Facebook organizzato dai volontari a Houston per coordinare la distribuzione degli aiuti all’invio di domande dirette agli account Twitter dei media locali per avere informazioni aggiornate sul maltempo.

«Usate il 911, non i social». Tutto questo crea ovviamente il rischio di un “rumore di fondo” che ha spinto l’account ufficiale della Guardia costiera degli Stati Uniti a twittare: «Chiamate il 911, anche se è occupato. Non raccontate il vostro disagio sui social media». Nella giungla di hashtag utilizzati, è stato specificato, si rischia infatti di impegnare troppo tempo per il monitoraggio e di non essere in grado di distinguere le richieste rilevanti da quelle che non lo sono. Anche in casi di emergenza, gli strumenti digitali sono senza dubbio un elemento di arricchimento delle possibilità, ma senza per questo dimenticare o, peggio ancora, indebolire l’efficacia di quelli analogici.

*Twitter: @gcomin

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