Sondaggisti inaffidabili? La svolta è nella Rete

Il web può influenzare il voto. Brexit docet. Analizzare le conversazioni diventa cruciale.

Di Brexit si è discusso ampiamente in tutte le sedi e attraverso tutti i mezzi di comunicazione.
I leader dell’Ue hanno reagito con fermezza alla decisione del popolo britannico di porre fine alla loro partecipazione al progetto europeo, mentre la leadership politica di Londra sembra essersi resa conto in ritardo delle drammatiche conseguenze del referendum.

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In un contesto così teso e imprevedibile, il ruolo dei mezzi di informazione quali “interpreti” di una realtà che nemmeno i migliori esperti sono in grado di inquadrare efficacemente è cruciale.

I media come lettori dei trend. Il ruolo dei media non è quello di semplici collettori di eventi, ma è quello, fondamentale, di “lettori” dei trend evolutivi della politica, dell’economia, della società.
Dai mezzi di informazione, soprattutto da quelli che scegliamo perché in linea con la nostra visione del mondo e con la nostra posizione politica, ci aspettiamo un orientamento.
È dunque affascinante analizzare quale ruolo hanno ricoperto giornali e social media nell’elaborazione delle posizioni a favore o contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Per valutare l’impatto dei grandi quotidiani e tabloid sulle decisioni di voto dei propri lettori, Weber Shandwick ha chiesto agli stessi britannici il valore che essi attribuivano ai differenti mezzi di informazione.

La scelta di The Sun e Times. Utile premessa: sono stati i giornali a prendere pubblicamente posizione sul tema, non sempre in modo del tutto autonomo.
Non mi sto riferendo a indebite pressioni sugli editori, ma alla semplice (e comprensibile) tendenza ad allinearsi con gli umori espressi dai propri lettori nei sondaggi.
Ecco perché The Sun e Times, pur appartenendo allo stesso gruppo editoriale, hanno assunto posizioni opposte sulla Brexit. Oltre il 70% dei lettori del primo, infatti, propendevano per l’uscita dalla Ue.
Ma quanto conta la posizione ufficiale del proprio quotidiano preferito?

Nel 1975 nessun quotidiano si schierò contro la Comunità europea

Secondo lo studio, la stampa tradizionale può essere considerata la quinta fonte di influenza in ordine di rilevanza, dopo televisione/radio, conoscenti, dibattiti televisivi e articoli online.
Il 44% degli intervistati ha giudicato come elevata l’influenza dei quotidiani, a fronte di un 34% che non condivide tale opinione.
Non bisogna dimenticare, però, che oltre il 50% evidenzia anche l’importanza dei siti di notizie (spesso diretta emanazione dei quotidiani) nella formazione del dibattito pubblico.
La stampa cartacea, secondo alcuni, ha indubbiamente contribuito al successo del fronte del Leave. Basti pensare alla posizione nettamente pro-Brexit assunta da campioni delle vendite come The Sun, Daily Mail e Daily Telegraph. Nel 1975 nessun quotidiano di punta si era schierato contro l’allora decisione di aderire alla Comunità europea.

Pro-Brexit più attivi sui social. Ancora più interessante l’analisi del magmatico mondo dei social media: numerosi infatti i tentativi di raccogliere dati e di prevedere l’esito del referendum monitorando il sentiment del web. Lo statunitense New York Times ha parlato di decisiva prevalenza del Leave, dopo aver analizzato tramite la piattaforma CrowdTangle le pagine Facebook che erano in grado di innescare maggiore engagement. Il Leave ha dominato anche su Twitter e addirittura su Instagram.
Un ricercatore dell’Università di Oxford, Vyacheslav Polonski, ha infatti concluso che persino sul social media “delle immagini” i sostenitori del Brexit erano molto più attivi e in grado di generare numerose condivisioni.

L’influenza sul voto. Ma basta mettere in fila i post e contare i follower per valutare l’influenza dei social network sul comportamento alle urne? Tali piattaforme hanno indubbiamente costituito un campo di battaglia, che non è stato trascurato da nessuno dei contendenti.
Emblematico il video girato dall’ex primo ministro laburista Gordon Brown (pro-Ue) tra le rovine di Coventry, che ha raggiunto oltre 2 milioni di visualizzazioni su Facebook.
Difficile però “far parlare” i dati: quante di quelle visualizzazioni sono diventate un voto?
Quante persone hanno usato l’hashtag del fronte avversario in modo solo ironico?
Quanti tweet sono diventati supporto?

La quantità non è tutto. Il web premia chi fa più rumore, non chi convince di più.
Se vogliamo davvero valutarne la capacità di influire occorre analizzarlo con metodologie che vadano oltre la quantità. La provocazione di Bloomberg: perché non iniziare invece ad affinare i sondaggi di opinione tradizionali con i “Big Data” ricavabili dal web?
Anziché cercare spasmodicamente la formula perfetta per scandagliare la Rete, potrebbe essere utile supplire alle mancanze delle rilevazioni tradizionali ricavando informazioni dalle conversazioni che si svolgono su Internet.
Potrebbe essere questo un modo per proteggere i sondaggisti dalle critiche di rito e per essere meno sorpresi dalle prossime consultazioni elettorali.

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