Trump, la brutta e sciatta copia di Obama anche in foto

The Donald è insofferente agli scatti ufficiali. Perché smascherano fragilità e imbarazzi anziché rivelarne sprazzi di umanità come accadeva per il predecessore. Così tutto il linguaggio visuale viene sottovalutato.

I momenti migliori della nostra vita sono anche quelli che scegliamo di immortalare attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Questo vale per tutti, sia per il nostro vissuto privato sia per quello professionale. Non mi stancherò mai di ripetere che una componente fondamentale dell’immagine del top management di una società è anche rappresentata dai materiali fotografici che mettiamo a disposizione del pubblico. Il ritratto ufficiale dell’amministratore delegato, le fotografie che testimoniano la sua partecipazione a convegni o a momenti importanti per l’azienda sono un patrimonio a cui possono attingere i media e chiunque navighi sul sito web corporate. Un’attenzione per la cura della propria immagine che vale ancora di più per le figure che ricoprono importanti ruoli istituzionali.

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Ennesimo elemento di criticità. La presidenza di Donald Trump viene attaccata quotidianamente dai media per innumerevoli motivi: la gestione imprevedibile dei fronti di crisi in politica estera, i potenziali conflitti di interessi, il rapporto disinvolto con la veridicità delle dichiarazioni, l’eccessiva libertà espressiva su Twitter. L’analista Michael Show del portale Reading The Pictures ha però identificato di recente un altro elemento di criticità nell’immagine del presidente più controverso degli ultimi decenni: le fotografie.

Quell’adesivo dietro la cravatta. Già il giornalista Ian Crouch aveva raccontato a inizio marzo 2017 per il New Yorker l’apparente insofferenza dell’ex immobiliarista per le foto ufficiali. Alla base della sua riflessione un’imbarazzante fotografia scattata mentre Trump scendeva la scaletta di un aereo e in cui si erano visti chiaramente i due pezzi di nastro adesivo che tenevano unito il retro della sua inconfondibile cravatta rossa.

Un esempio emblematico di come gli obiettivi dei reporter siano molto spesso un’arma che mette a nudo le sue fragilità, anziché rivelarne interessanti sprazzi di umanità, come accadeva per il predecessore Barack Obama. La diffidenza di Trump per un mezzo comunicativo così poco controllabile è certificata dal mix incomprensibile e poco interessante di foto caricate sul profilo Instagram del presidente e dall’azzeramento completo dell’account presidenziale su Flickr, seguitissimo nell’era Obama. Nessuna concessione ai dietro le quinte, enfasi assoluta sul seguito popolare di Trump e sulla rozza determinazione dimostrata dalla sua gestualità.

Improvvisazione e zero carisma. L’analisi di Show si concentra sul pacchetto di fotografie pubblicate al termine dei primi 100 giorni della presidenza, il modo più semplice per misurare la distanza che separa i prodotti dell’attuale fotografo ufficiale Shealah Craighead dai lavori di Pete Souza, l’uomo che ha seguito Obama come un’ombra durante i suoi due mandati. La differenza è palese: da un lato l’improvvisazione, l’esibita sciatteria, la totale assenza di carisma. Il fotografo ufficiale sembra quasi di troppo e deve scansare la controversa consigliera Kellyanne Conway accoccolata sul divano dello Studio Ovale mentre twitta la stessa foto di gruppo che il professionista tenta inutilmente di scattare. Oppure è destinato a essere sostituito dal portavoce Sean Spicer, che diffonde dal suo account Twitter una foto sfocata del presidente mentre saluta impettito lo staff della Casa Bianca.

Quelle di Obama sono invece immagini che sono entrate nel cuore di milioni di americani e che ci restituiscono un presidente delicatamente privato, giocoso in determinate situazioni e carico di preoccupazioni nei momenti di crisi. Show sostiene che non è tanto una questione di abilità tecnica, quanto di sentimento: l’obiettivo di Souza non era invasivo, ci faceva sentire “parte di una famiglia”, quasi come un moscerino che spiava il presidente mentre giocava a nascondino con le figlie o correva lungo i corridoi inseguito dal cane.

L’imitazione è sempre deludente. Quando Trump tenta di imitare il predecessore, volutamente o meno, il risultato è sempre deludente: la foto ufficiale che lo ritrae corrucciato mentre segue su uno schermo l’attacco alla Siria, per esempio, assomiglia in modo palese al celebre scatto di Obama, Biden e della Clinton nella Situation Room durante la cattura di Bin Laden. Più che una riproduzione, solo una brutta copia.

La scarsa attenzione dell’amministrazione Trump per le fotografie non va sottovalutata, ammonisce Show. Non si tratta di fare propaganda con le immagini né di fare maquillage di un leader politico: una foto è il tassello di una storia che adotta il linguaggio visuale anziché quello della parola scritta. Anche in Italia, Silvio Berlusconi ha studiato con cura maniacale come appariva in video o in foto, dal famoso filmato nel quale annunciò la sua “discesa in campo” all’album di famiglia dal quale trasse molte delle istantanee inserite nella brochure “Una storia italiana”.

La stessa cura dimostrata da Filippo Sensi, alias “Nomfup”, che ha contribuito non poco a costruire l’immagine pubblica di Matteo Renzi tramite le sue inconfondibili immagini in bianco e nero caricate sul suo profilo Instagram. Non scordiamoci mai, d’altronde, che quelle che scattiamo non sono mai solo foto. Sono elementi con un immenso valore comunicativo, da costruire anche con un occhio attento alla loro resa sui social media.

*Twitter: @gcomin

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