La montagna, le città, il futuro. L’Italia dei Giochi
di intervista ad Andrea Monti a cura di Elisa Russo
Quando, nel giugno del 2019, Milano e Cortina si sono aggiudicate i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026, il mondo aveva un’altra temperatura: non c’era stata una pandemia, non erano esplose due guerre nel cuore dell’Europa e del Medio Oriente, e il lessico quotidiano non era attraversato da parole come inflazione, crisi energetica, instabilità geopolitica. Eppure, anche allora, le Olimpiadi raccontavano già quanto un grande evento sportivo potesse essere specchio – e amplificatore – delle tensioni globali.
Sochi 2014 aveva lasciato iconiche immagini di fuochi d’artificio, coreografie millimetriche e una cerimonia di chiusura spettacolare, ma anche polemiche internazionali sulle leggi russe contro la propaganda omosessuale, con il celebre doodle di Google in colori arcobaleno.
Pyeongchang 2018 aveva consegnato al mondo le immagini degli atleti che si aiutavano a rialzarsi sulla neve dopo una caduta, dei peluche di Winnie the Pooh lanciati dagli spettatori sul ghiaccio, dell’abbraccio tra la coreana Lee Sang-hwa e la giapponese Nao Kodaira, simbolo di rispetto e sportività oltre i confini nazionali. Pechino 2022, con la Cina prima nel medagliere per gli ori, si era svolta in un sistema di bolla sanitaria, senza pubblico e in un clima diplomatico gelido, mentre la narrazione dei Giochi veniva attraversata dal tema dei diritti umani e dalla forza geopolitica del Paese ospitante.
In questo quadro, Milano Cortina 2026 non è più soltanto un grande evento sportivo: è un esercizio di tenuta per un Paese chiamato a misurarsi con nuove sfide e con un’attenzione pubblica più fragile, più veloce, più esigente. È l’occasione per verificare la capacità organizzativa dell’Italia, l’immaginario che il Paese vuole mettere in campo — e condividerli con le generazioni che erediteranno questi territori. Un immaginario che deve confrontarsi anche con l’evoluzione stessa del movimento olimpico: dal rinnovamento dei principi della Carta Olimpica — che ribadisce il rifiuto di ogni discriminazione legata a razza, genere, orientamento sessuale, opinioni politiche — alla trasformazione del programma sportivo.
Per la prima volta, nel 2026 entrerà ufficialmente lo sci alpinismo, una disciplina che il CIO ha scelto anche alla luce della sua crescita negli ultimi anni: durante la pandemia, con gli impianti di risalita chiusi, migliaia di appassionati hanno riscoperto un modo diverso di vivere la montagna — più essenziale, più sostenibile, più legato alla fatica e al paesaggio. La sua inclusione risponde ai criteri di sostenibilità, accessibilità territoriale e attrattività giovanile richiesti ai Giochi Invernali del futuro. Questa novità si inserisce nel quadro dell’Agenda Olimpica 2020+5, la strategia del CIO che punta a rendere i Giochi più sostenibili, meno costosi e più integrati nelle comunità: massimizzare gli impianti esistenti, ridurre l’impatto ambientale, aumentare la parità di genere, rafforzare il legame con i territori ospitanti.
Dentro questa complessità si inserisce lo sguardo di Andrea Monti, Chief Communications Officer della Fondazione Milano Cortina 2026. Tra ascolto dei territori, responsabilità narrativa e gestione delle inevitabili zone d’ombra, la sua voce restituisce l’energia e la delicatezza di un progetto che – prima ancora che nelle piste e negli impianti – trova il proprio centro nella promessa di ciò che i Giochi possono, e non possono, accendere.
Quando il mondo guarda un Paese attraverso i Giochi Olimpici, qual è la sfida: raccontare l’evento o raccontare l’Italia che ci sta dietro?
La complessità di questo evento sta nella molteplicità dei contenuti e dei pubblici a cui ci rivolgiamo. Le Olimpiadi e le Paralimpiadi sono prima di tutto una celebrazione dello sport e dei suoi valori, con al centro gli atleti, le loro capacità e le loro performance. Accanto a loro ci sono molti altri stakeholder: le famiglie Olimpica e Paralimpica, i territori che ospitano i Giochi, chi ha un biglietto e chi li segue da lontano. È davvero un’audience universale. I Giochi, però, non sono lo strumento per cambiare un Paese: possono essere la scintilla che avvia un cambiamento, non il motore. Possono promuovere il cambiamento, non sostituirsi a esso.
Come si racconta un’Olimpiade che unisce territori così diversi?
Questi Giochi sono sicuramente pionieristici e offrono un modello diffuso che sarà adottato, per esempio, anche dai Giochi delle Alpi francesi nel 2030. L’idea è che i Giochi vanno dove sono gli impianti e si adattano ai territori, e non viceversa. Si svolgeranno su un territorio di 22 mila chilometri quadrati, con popolazioni, tradizioni e culture diverse, tre lingue – italiano, tedesco e ladino – un terzo dell’arco alpino e tutta la pianura che sta sotto, con ritmi e problematiche differenti, da Milano a Venezia passando per Verona.
È una quantità enorme di linguaggi e di spunti. La sfida è trasportare il nostro patrimonio locale e nazionale nel futuro. Stiamo dicendo ai giovani che quello spirito italiano che si attribuisce a Leonardo, Michelangelo e Lorenzo de’ Medici è nel loro DNA: è il motore per creare un futuro migliore.
È un nuovo spirito italiano, un’evoluzione che mette in luce quanto di meglio le nuove generazioni hanno da realizzare e anche da insegnarci.
Io credo che lo sport e i Giochi siano un motore di empowerment per quella generazione, che ha bisogno di empowerment e di un discorso di genere autenticamente forte.
In che modo il modello Milano Cortina interpreta la legacy, tra studentati e villaggi temporanei?
Queste sono le prime Olimpiadi organizzate con un modello di business che, spero, consentirà ai Giochi invernali – che strutturalmente possono contare su minori risorse rispetto agli estivi – di sopravvivere.
L’Agenda 2020+5 del CIO nasce proprio dopo l’esperienza di Atene, per evitare che i Giochi provochino un disagio ai bilanci pubblici e per garantire una legacy concreta.
Il Villaggio Olimpico di Milano è costruito come uno studentato: al termine dei Giochi verrà restituito alla comunità nella sua forma di legacy più pura, diventando il più grande e moderno studentato d’Italia, in una città che ha un enorme problema di housing. A Cortina, invece, è stato realizzato un villaggio temporaneo perché richiesto dalla comunità. Il villaggio Eni di Borca di Cadore, al centro di tante polemiche, non risponde alle esigenze del Cio e di Ipc (il Comitato Paralimpico Internazionale), ma soprattutto perché situato in una zona franosa, quella che interrompe regolarmente la statale Alemagna.
Come si gestisce il dibattito sugli impianti, tra strutture esistenti e decisioni come lo Sliding Center di Cortina?
Questi Giochi si basano per oltre l’80% su impianti già costruiti che abbiamo recuperato e implementato.
I trampolini di Predazzo erano diventati inagibili perché erano in legno: adesso non verranno più giù e continueranno a ospitare le Coppe del Mondo. Gli impianti nuovi non li abbiamo costruiti noi: sono decisioni di privati, come l’Arena Santa Giulia a Milano, dove ci inseriamo per un periodo limitato perché è un’arena multi-user.
La pista di bob, slittino e Luge di Cortina – lo Sliding Center – non era richiesta dal CIO e poteva essere assegnata ad altre sedi. È stata una decisione autonoma della Regione Veneto e del governo italiano. E le polemiche sono iniziate dicendo “Non potete, non lo farete mai”: invece è stato fatto, nei tempi, e avremo le gare a Cortina. Poi si può discutere se fosse opportuno o meno costruire un nuovo Sliding Center in Europa: quella discussione è legittima.
Noi salutiamo con favore il nuovo impianto, anche perché consente di mantenere l’unità territoriale dei Giochi e di conservare la grande tradizione cortinese degli sport di scivolamento. Ma abbiamo sempre chiarito che lo utilizzeremo solo per il periodo Olimpico senza alcuna responsabilità sulla gestione o sulla legacy successiva.
Che la gente giudichi l’opportunità di avere i Giochi in Italia, o di costruire un impianto piuttosto che un altro, fa parte del discorso pubblico e del dibattito politico – e guai se non ci fossero. Se i Giochi, o il comitato organizzatore, pretendessero di aver fatto tutto giusto e di detenere la verità assoluta, contraddirebbero i valori olimpici: ascolto, dialogo, costruire le cose insieme. Una parte delle polemiche, però, nasce ancor più che dalle fake news, dalla scarsa informazione o dalla pessima abitudine dei social di formarsi un’opinione prima dei fatti. Io vengo da una scuola giornalistica che diceva: vai sui fatti senza pregiudizi, e torna sempre con un giudizio. Ma forse appartengo al giurassico, o dalla pessima abitudine dei social di formarsi un’opinione prima dei fatti.
Come un’Olimpiade può lasciare competenze ai giovani dei territori?
L’eredità più grande è il know-how: utilizziamo le competenze presenti nei territori e, allo stesso tempo, ne lasciamo altre alle ragazze e ai ragazzi coinvolti nell’organizzazione. È una generazione che vede da vicino “come si fa” e che, proprio per questo, potrebbe scegliere di restare o tornare, se ci fosse qualcosa da organizzare, condurre, produrre. Ci sono 18 mila volontari tra Giochi Olimpici e Paralimpici, selezionati tra 130 mila candidature organiche, senza alcuna campagna di sponsorship: sono un popolo, soprattutto giovani, e questo straordinario movimento di cittadinanza attiva ci riempie di gioia. Significa che hanno capito cosa sono i Giochi e vogliono partecipare. E l’eredità non è teorica: esiste già.
L’attività nelle scuole che ha toccato milioni di ragazzi e famiglie, la settimana olimpica, i programmi di dual career, l’empowerment femminile.
Senza questo lavoro, molte cose sul territorio semplicemente non ci sarebbero. E poi c’è un dato che non va dimenticato: ogni ora di sport significa centinaia di migliaia di euro risparmiati sulla spesa sanitaria nazionale.
È un beneficio immediato e misurabile. Ogni edizione dei Giochi può avere problemi o difetti, come tutte le cose umane, ma che l’eredità esista e sia già in atto, secondo me, è evidente. Lo dimostra anche l’evoluzione degli sport invernali: introduciamo per la prima volta lo sci alpinismo.
Il Covid ha paralizzato gli impianti, ma ha fatto nascere una disciplina quasi di massa: molti hanno preso pelli sintetiche e sci, scoprendo che salire è bello quanto scendere. Che lo sci alpinismo diventi disciplina olimpica è, parlando di sostenibilità – spesso abusata – il più grande spot per la sostenibilità del turismo nelle Alpi.
Sono esempi diversi, che non pretendono di convincere nessuno, ma mostrano la concretezza che c’è dietro la parola legacy.
Andrea Monti è Chief Communications Officer della Fondazione Milano Cortina 2026.
Giornalista di lungo corso, ha diretto Panorama, Sette, GQ, Oggi e per più di dieci anni La Gazzetta dello Sport. Ha ricoperto ruoli chiave in Mondadori e RCS MediaGroup, contribuendo attivamente alla strategia di comunicazione dei gruppi media in cui ha lavorato.
È possibile scaricare una copia digitale al seguente link: https://www.cominandpartners.com/comprendere/
Immagine: ©MilanoCortina2026
