Protesi, esoscheletri, wearable tech: nuove frontiere del corpo atleta
di Martina Caironi
Utilizzo una protesi dal 2008, sei mesi dopo aver perso la mia gamba sinistra in un incidente. All’epoca non avevo ancora chiara una cosa che oggi considero fondamentale: il corpo dell’atleta non è più definibile solo attraverso parametri biologici.
Oggi è un ecosistema ibrido, in cui biologia, ingegneria, cognizione, dati e design si intrecciano. La tecnologia non solo supporta il corpo, ma ne ridefinisce i confini.
Quando iniziai, però, questo scenario era ancora lontano. Il mio primo ginocchio era meccanico: non intuitivo, difficile da piegare, per nulla comodo. Eppure, mi restituì la libertà di liberarmi dalle stampelle, tornare a scuola e perfino andare in vacanza con le amiche l’estate dei miei 18 anni. Avevo spesso piaghe e ferite, ma la voglia di riprendermi il mondo superava tutto.
La mia amputazione è una disarticolazione di ginocchio, guidata da un medico austriaco che, già allora, aveva in mente per me un ginocchio elettronico. Ricordo il suo viso sfocato dalla morfina mentre mi diceva “Martina sciare”, tenendo in mano quello che sarebbe stato il mio futuro: il C-leg, il primo ginocchio elettronico che avrei indossato. Il C-leg è stato la mia prima vera svolta: una protesi meccatronica capace di interpretare l’intenzione motoria, stabilizzare frenate, regolarsi sul passo.
Non imitava una gamba: dialogava con il mio corpo, trasformando un terreno instabile in uno affrontabile. Con la modalità bicicletta/ballo attivabile da telecomando o con un paio di saltelli sulla punta del piede protesico, e persino la modalità sci, la mia vita cambiò profondamente: prima ancora di sciare, tornai a camminare bene. Poi mi mancò correre. Mi diedero una protesi da corsa: un ginocchio difficile da aprire, montato sopra a una lamina rimbalzante.
Mi sentivo una bambina sui tappeti elastici. Ma correre davvero è un’altra storia. La protesi era inizialmente troppo alta e i problemi alla mia caviglia buona non tardarono. Dopo la mia prima Paralimpiade – in cui vinsi i 100 metri – capirono che andava abbassata. Mi diedero anche un ginocchio nuovo, di un modello già utilizzato da un’avversaria australiana.
Fu una rivoluzione: era leggero, libero, intuitivo. Mi permetteva di correre con meno sforzo ma più rischio: se ci avessi appoggiato il peso senza che fosse del tutto esteso non avrebbe tenuto e sarei caduta; anche la frenata richiedeva precisione, per evitare aperture improvvise.
In quegli anni ho capito davvero che la tecnologia non simula la “normalità”: permette di immaginare un corpo diverso, funzionale, aperto. Ho vissuto da vicino l’evoluzione delle protesi, diventando prosumer, tester e atleta. Ho fatto test in condizioni estreme, stanca o ferita, per dare alla ricerca dati utili.
Uno dei risultati più importanti è stata la nuova impostazione dell’allineamento dell’invaso per la corsa, con circa 14 gradi di inclinazione del femore: migliore equilibrio, migliore spinta, meno problemi alla schiena. La ricerca pubblicata nel 2018 ha aperto un nuovo modo di correre, adottato poi da molte nazioni.
Nel frattempo, anche le lamine – i cosiddetti “piedi” – in fibra di carbonio si sono evolute.
La mia disciplina “secondaria” è sempre stata il salto in lungo, che richiede non solo velocità ma un uso mirato dell’energia elastica della lamina per lo stacco. Ho scelto di staccare con l’arto protesico, seguendo l’intuizione di un atleta che ci aveva provato prima di me: la lamina permette uno stacco diverso da quello umano, non imitativo ma reinterpretato. È uno dei segni più chiari che la domanda non è quanto la protesi somigli a ciò che manca, ma quale configurazione corpo-tecnologia permetta di esprimere il massimo potenziale.
Parallelamente sono diventata testimonial di Ottobock, e nel 2015 ho ricevuto il mio primo Genium X-3. Un salto di qualità enorme: le scale fatte consecutivamente, il passo auto-adattivo, cinque giorni di autonomia della batteria, modalità selezionabili da app, resistenza all’acqua, anche salata.
Ho ricominciato a pattinare, giocare a pallavolo, arrampicare, fare trekking, camminare per ore sulle pavimentazioni più diverse, tuffarmi in mare senza pensieri. Protesi così ti fanno dimenticare la disabilità: non solo ti abitui, ma puoi spingerti sempre oltre.
Le mie prestazioni lo dimostrano: dai 19”99 del 2010 ai 14”02 del mio record del mondo dei 100 metri nel 2022; dal 2,83m del 2011 al mio 5,46m del 2022 nel salto in lungo, record mondiale ancora imbattuto.
Nel 2023 è arrivato il Genium X-4, l’ultima frontiera dei ginocchi meccatronici: ancora più fluido, più reattivo in salita, più naturale persino all’indietro. Un giocattolo da cui non mi voglio più separare.
Ogni elemento tecnologico entrato nella mia vita (sensori, microprocessori, lamine in carbonio, ginocchi, materiali morbidi o adattivi che possono stare a contatto con la pelle) ha concorso ad una modalità di allenamento ibrida, ad un nuovo modo di muovermi, di percepirmi e di performare.
A questa trasformazione si aggiunge il valore culturale del corpo ibrido, bionico si può anche definire. La protesi è diventata per me anche un oggetto visivo, simbolico. Un esempio è il progetto di decorazione delle mie protesi sportive in occasione delle Paralimpiadi di Tokyo 2020. Realizzato con l’Istituto Europeo di Design di Milano e poi esposto al Festival della Filosofia, è stato la dimostrazione che ormai la tecnologia non è solo biomeccanica: è linguaggio, identità, immaginario ed un modo unico per esprimersi.
Resta però un nodo fondamentale: l’accesso. Le protesi meccatroniche di ultima generazione, ma anche gli esoscheletri, i wearable che rilevano microasimmetrie e guidano la prevenzione hanno costi che escludono molti. Eppure siamo tutti potenzialmente camminatori, esploratori, scalatori: ci serve solo la giusta tecnologia.
La tecnologia può ampliare i confini del corpo umano. Ma la direzione di questa espansione – inclusiva o elitaria – dipende dalle scelte collettive che facciamo oggi. Il diritto a un corpo potenziato, funzionale, libero non può essere privilegio di pochi. Cosa vogliamo fare a riguardo?
Martina Caironi è una delle più note atlete paralimpiche italiane, specializzata nei 100 metri e nel salto in lungo. Dopo l’incidente del 2007 intraprende l’atletica e, negli anni, diventa una delle sportive più titolate del movimento paralimpico.
Ha vinto tre ori e quattro argenti ai Giochi paralimpici, oltre a numerosi titoli mondiali ed europei. Tesserata per le Fiamme Gialle, è Ambassador e Legacy Specialist per Milano Cortina 2026. Partecipa a iniziative divulgative e a progetti multimediali dedicati allo sport e al mondo paralimpico.
È possibile scaricare una copia digitale al seguente link: https://www.cominandpartners.com/comprendere/
