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Campagne elettorali online: il rigore è fondamentale

Il caso Dirty Campaigning sta dominando la campagna elettorale in Austria, dove si vota il prossimo 15 ottobre. Una tornata che, a differenza delle recenti elezioni in Germania, non ha avuto grande risonanza in Italia, con l’eccezione dell’interessante intervista di Paolo Valentino al Cancelliere Christian Kern, pubblicata lo scorso fine settimana sul Corriere della Sera. Eppure lo scandalo innescato dalla scoperta di alcune tattiche diffamatorie adottate sui social media dal team del Partito socialdemocratico (che ha proprio Kern come candidato) rappresentano un interessante caso di studio per chi si occupa di comunicazione elettorale: l’arena digitale è un campo da presidiare in modo strategico, che può rivelarsi però una fonte di rischi per l’immagine pubblica del nostro candidato.

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Il caso Sulberstein. A sconvolgere una campagna elettorale che arriva al termine di ripetute elezioni per la Presidenza della Repubblica e alla fine prematura dell’attuale legislatura è stata la scoperta che un consulente dei socialdemocratici, Tal Silberstein, avrebbe scelto di screditare il candidato dei Popolari, il giovane Sebastian Kurz, mettendo in piedi pagine Facebook apertamente denigratorie nei suoi confronti. Silberstein è stato arrestato lo scorso agosto per reati non connessi alla campagna elettorale, ma le rivelazioni di alcuni media austriaci hanno messo di colpo sotto la luce dei riflettori l’aspetto più oscuro dei social media: da amplificatori delle attività “offline” del candidato a trasmettitori di informazioni negative sugli avversari.

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Emozioni, Instagram e Facebook: la May che non ti aspetti

Dopo le grandi sorprese del referendum britannico per l’uscita dall’Unione europea e della vittoria di Donald Trump alle presidenziali degli Stati Uniti, il 2017 ci ha riservato finora una serie altrettanto inaspettata di risultati elettorali: il successo del candidato ecologista alle presidenziali austriache, la sconfitta del leader xenofobo Wilders nei Paesi Bassi, il trionfo dell’indipendente Emmanuel Macron in Francia. L’attenzione si concentra ora sulla consultazione che deve decidere l’inquilino del numero 10 di Downing Street, leader a cui spetta il difficile compito di accompagnare il Paese verso la definitiva “Brexit”. Una sfida, quella dell’8 giugno 2017, che si gioca tra la conservatrice Theresa May e il laburista Jeremy Corbyn anche sul web.

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La rivoluzione di Macron: essere leader, non “normale” come noi

Ora che il giovane Emmanuel Macron è diventato a sorpresa l’ottavo presidente della Quinta Repubblica francese è interessante fare qualche riflessione sull’immagine di questo giovanissimo ex ministro con un passato di banchiere e una formazione nelle scuole d’élite del Paese. Macron, di estrazione borghese e con un percorso professionale di altissimo livello, ha infatti sconfitto la candidata che ambiva a rappresentare il “popolo” francese tradito dalle false promesse della globalizzazione, Marine Le Pen. Lasciando da parte etichette abusate come “populismo”, la domanda che sorge spontanea è la seguente: cosa è più vincente oggi? Dimostrare la capacità di guidare un Paese grazie alle proprie competenze o fare di tutto per sembrare “normali” e nella media?

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Trump, la brutta e sciatta copia di Obama anche in foto

I momenti migliori della nostra vita sono anche quelli che scegliamo di immortalare attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Questo vale per tutti, sia per il nostro vissuto privato sia per quello professionale. Non mi stancherò mai di ripetere che una componente fondamentale dell’immagine del top management di una società è anche rappresentata dai materiali fotografici che mettiamo a disposizione del pubblico. Il ritratto ufficiale dell’amministratore delegato, le fotografie che testimoniano la sua partecipazione a convegni o a momenti importanti per l’azienda sono un patrimonio a cui possono attingere i media e chiunque navighi sul sito web corporate. Un’attenzione per la cura della propria immagine che vale ancora di più per le figure che ricoprono importanti ruoli istituzionali.

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Non c’è fortuna ma metodo dietro il successo dei sondaggi francesi

Il passaggio al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi del candidato centrista e filoeuropeista Emmanuel Macron e della leader dell’estrema destra Marine LePen è sicuramene l’evento politico più discusso degli ultimi giorni. Non spetta a me fare valutazioni di carattere politico, quanto piuttosto cercare di capire quali “lezioni” possiamo trarre: dall’ambito digitale ai vituperati sondaggi, passando per il nuovo modo di raccontare un appuntamento elettorale così cruciale e denso di incognite.

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Non solo “mi piace”. Sembra un’affermazione scontata, eppure in molti casi tendiamo ancora a considerare i social media come qualcosa di accessorio, utile solo per lo stuolo di “smanettoni” che non verrebbero raggiunti con i mezzi più tradizionali. Innanzitutto, è bene precisare una volta in più che una presenza forte e incisiva sui social network ha un’importanza che va ben oltre la contabilità dei “mi piace”. I contenuti che diffondiamo su Facebook o su Twitter sono parte integrante della nostra comunicazione giornaliera e un tassello fondamentale dell’immagine del candidato.

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I tweet incendiari di Trump? Una opportunità per chi è attaccato

Uno degli elementi più dirompenti della comunicazione di Donald Trump è sicuramente la disinvoltura con cui ha sempre utilizzato il proprio account Twitter. Un account privato (@realdonaldtrump) aperto nel lontano 2009, anno in cui pochi avrebbero scommesso sull’immobiliarista newyorchese come probabile inquilino della Casa Bianca. È da quello stesso account, oggi seguito da 26,1 milioni di follower, che il Comandante delle Forze Armate dell’unica superpotenza a livello globale si scaglia sdegnoso contro i propri avversari politici, prende in giro i media che lo criticano, attacca senza filtri aziende colpevoli di non aderire alla sua visione neo-protezionista e americanocentrica dell’economia. Mettiamoci nei panni del responsabile comunicazione di una di queste aziende: come reagire alla scomunica presidenziale via Twitter?

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Un account con potenziale da record. Partiamo da un dato non di poco conto: l’account di Donald Trump non è un profilo qualsiasi. Al di là del discutibile e aggressivo contenuto di molti dei suoi tweet, a colpire è la straordinaria capacità di amplificazione di cui essi sono dotati. Il sito web BuzzFeed ha cercato recentemente di inquadrare con i numeri «cosa accade quando Trump twitta». Anche l’ex immobiliarista utilizza nei suoi tweet Bitly, uno strumento che permette di risparmiare caratteri accorciando i link che vengono inclusi nel cinguettio ed è perciò possibile ricostruire click che vengono effettivamente catturati da quel link. Quando Trump ha di recente pubblicato il riferimento a un sondaggio in cui la sua Amministrazione risultava più credibile dei media statunitensi, più di 678 mila utenti sono atterrati su quella pagina proprio cliccando il tweet, 78.411 solo nella prima ora. Un esempio per toccare con mano la potenza sui social media del presidente? La discussa star dei reality show Kim Kardashian può vantare il doppio dei follower, ma un link in un suo tweet può generare in alcuni casi anche meno di 3000 click. Politica batte reality show, anche sul web.

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La comunicazione politica di Zuckerberg, bei proclami per non pagare le tasse?

Risale al 16 febbraio 2017 la pubblicazione sulla pagina personale del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, di un lungo post ad alto contenuto politico, subito etichettato come il “manifesto programmatico” dell’amministratore delegato del social media più amato al mondo. Manifesto o no, l’appello di Zuckerberg (quasi 6 mila parole) è denso di concetti e buoni propositi illustrati alla grande famiglia degli utenti Facebook proprio con l’intento di «costruire una comunità globale».

Contro gli anti-globalizzazione. La dichiarazione d’intenti dell’ex ragazzo prodigio di Harvard non è passata inosservata. Molti esperti si sono divertiti ad analizzare il suo appello denunciandone la vaghezza o richiamando l’attenzione sull’uso insistente del concetto di «infrastruttura sociale» per descrivere il ruolo di Facebook. Altri ne hanno criticato il generico progressivismo e il velato riferimento agli avversari della globalizzazione, senza però fare nomi e cognomi.

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Come sopravvivere alle fake news in campagna elettorale

Dopo essere state associate alla vittoria dei sostenitori della Brexit nel Regno Unito ed essere diventate uno degli argomenti più dibattuti durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, le bufale rischiano di essere le autentiche protagoniste anche nelle elezioni 2017 in Francia e in Germania. Due contesti politici completamente differenti, ma che presentano rischi molto simili: da una parte la contesa per sostituire il presidente uscente François Hollande sta assumendo contorni sempre più controversi e inaspettati, mentre a Berlino la Cancelliera Angela Merkel corre per il quarto mandato con il peso di scelte politiche molto dibattute, come l’apertura del suo Paese ai rifugiati.

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Dibattito inquinato. È proprio su argomenti di così facile presa sull’opinione pubblica (presunti incidenti a sfondo religioso oppure ondate di crimini collegate alla presenza di stranieri) che proliferano le notizie false, inquinando pericolosamente un dibattito che dovrebbe riguardare solo fatti verificati e problemi certi.

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Viralità, integrazione e dialogo: comunicare nel 2016

La fine dell’anno è sempre un momento utile per fare qualche riflessione sui trend più interessanti del proprio settore. Senza la pretesa di essere esaustivo, vorrei chiudere un altro anno di questa rubrica con una breve sintesi di quelli che sono, secondo me, gli elementi di maggior rilievo che hanno contraddistinto il mondo della comunicazione nel 2016.

Attenzione alle bufale. Non è un caso che la parola dell’anno sia “post-verità”. Nell’era del web e delle informazioni a portata di click, sembra sempre più difficile stabilire in quali sedi e grazie a quali strumenti si può risalire alla verità. Il 2016 ha visto il trionfo di narrazioni della società e di posizioni politiche spesso sganciate dall’esigenza di verificare la veridicità di quanto viene affermato nel dibattito e questo, a lungo andare, rischia di creare confusione e smarrimento.

Un esempio tutto italiano è costituito da un articolo con una falsa dichiarazione del neo presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che ha totalizzato un impressionante record di condivisioni: oltre 15 mila in alcune ore. Possibile che tutti questi utenti abbiano dato per buona una frase approssimativa come «Gli italiani smettano di lamentarsi e facciano sacrifici»? Sì, perché forse si è perso quel senso di autorevolezza che dovrebbe distinguere un grande quotidiano da una pagina di fake news. La via di uscita potrebbe passare da un controllo più serrato “a monte” da parte degli stessi mezzi di informazione. In più, bisognerebbe fare di tutto per sensibilizzare maggiormente i nostri lettori a scorrere con un occhio critico la propria timeline su Facebook o Twitter, anche rendendo percepibile la differenza in termini di contenuto e completezza rispetto a una qualsiasi pagina web.

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Contro i “demoni” serve la comunicazione sobria di Mattarella

Il netto prevalere del No alle riforme costituzionali promosse dal governo di Matteo Renzi è arrivato a conclusione di una aspra campagna referendaria, che si lascia alle spalle un Paese sfibrato da mesi di toni accesi e durissimi. Un surriscaldamento dello scontro che si è allargato a macchia d’olio, dalle aule parlamentari agli studi televisivi, dalle piazze ai social media. Il dibattito sulle modalità con cui modificare i meccanismi decisionali previsti dalla nostra Carta ha portato a una polarizzazione confusa, che ha tagliato trasversalmente i blocchi sociali: nel fronte del ”Sì” e del ”No” si sono infatti riconosciuti sia appartenenti all’area di centrosinistra sia di centrodestra, sia i più giovani sia i più anziani, al Nord come al Sud. È proprio in un momento di profonda lacerazione come questo che abbiamo l’occasione di testare il valore di uno stile comunicativo in controtendenza come quello della presidenza della Repubblica.

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