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Data Center, Vantaggi E Comunità Da Informare

Data center, vantaggi e comunità da informare

di Gianluca Comin

Nel 2000 un film racconta la storia vera di una donna che costringe una società energetica americana a risarcire una comunità per aver contaminato le falde acquifere di Hinkley, in California. L’inquinamento aveva provocato gravi malattie ai residenti. Il film si chiama come lei, Erin Brockovich, e vale un Oscar a Julia Roberts.

Ventisei anni dopo, la stessa protagonista in carne e ossa ha aperto un nuovo fronte. Il 27 aprile scorso ha chiesto a chiunque avesse un data center vicino casa, costruito senza preavviso, di segnalarglielo. In poco più di un mese ha ricevuto più di 3.500 segnalazioni. Sulla piattaforma di monitoraggio che ha lanciato online ci sono oggi 9.400 segnalazioni, 124 impianti attivi, 152 in costruzione e 33 progetti in attesa di autorizzazione. Il filo conduttore delle storie raccolte non è quasi mai l’ostilità verso la tecnologia, è la scoperta di uno scavo iniziato senza che nessuno avesse avvisato chi abita a duecento metri di distanza.

Vale la pena fermarsi su questo dettaglio, perché è il punto che si perde più spesso nel dibattito. Quello che viene contestato non è quasi mai l’opera in sé, ma il modo in cui arriva. E l’opera, nel merito, serve. I data center sono l’infrastruttura fisica della società digitale, ospitano il cloud, i modelli di intelligenza artificiale, i dati e la capacità di calcolo su cui poggiano servizi che usiamo ogni giorno, dalla sanità digitale ai pagamenti, dalla logistica alla ricerca scientifica. Rinunciarvi oggi sarebbe come se negli anni Cinquanta avessimo deciso di non costruire strade e ferrovie: una scelta che non avrebbe protetto nessuno e ci avrebbe semplicemente esclusi dallo sviluppo. La domanda, quindi, non è se costruirli, ma come farlo e come spiegarne il valore ai territori che li ospitano. È esattamente il terreno del nostro mestiere.

Quella di Brockovich è una storia americana, ma il problema che racconta è già arrivato anche da noi. In Texas, tra gli stati maggiormente corteggiati dall’industria dell’intelligenza artificiale, il governatore repubblicano Greg Abbott ha cambiato tono. Ha detto alla televisione americana che le società dei data center «si sono scavate la fossa da sole», colpevoli, a suo dire, di non essersi conquistate il consenso delle comunità prima di costruire. Nello stesso mese la Pennsylvania ha imposto nuove restrizioni e New York ha bloccato per un anno le nuove autorizzazioni. Quello che è cambiato è la disponibilità a sostenerne il costo politico quando arrivano senza preparazione. È una critica al metodo, non alla tecnologia, e proprio per questo è una critica a cui si può rispondere.

Il punto decisivo, per chi si occupa delle infrastrutture che permettono all’IA di funzionare, non è più se un’azienda ha i capitali per finanziare un nuovo impianto, bensì se una comunità è disposta a lasciarglielo costruire. Per decenni il nostro mestiere di comunicatori ha avuto interlocutori riconoscibili: l’istituzione, il decisore pubblico, l’ente che rilascia un’autorizzazione. Quell’interlocutore esiste ancora, ma accanto a lui siede un pubblico frammentato e permanente, fatto di residenti, comitati di quartiere, associazioni ambientaliste, gruppi nati sui social per un solo progetto. È un dibattito che va anche presidiato, a fine agosto X ha individuato circa duecento account non autentici, di origine cinese, attivi nel manipolare la discussione americana sui data center.

Fare advocacy significa proprio questo, non rivolgersi soltanto a chi decide per legge ma a chi vive per primo una decisione. Significa trattare il singolo abitante di una strada, il proprietario del terreno confinante, i genitori preoccupati per la scuola dei figli come interlocutori che meritano una risposta uno per uno. Il lobbying è diventato una condizione necessaria ma non più sufficiente. Serve advocacy diffusa, costruita casa per casa, prima ancora che venga posata la prima pietra.

Per chi abita vicino a un impianto, i benefici dell’intelligenza artificiale, per quanto reali, restano quasi sempre invisibili nella vita quotidiana. Il data center, invece, è concreto, visibile, ed è proprio attraverso gli occhi di chi ci vive accanto che vanno lette le obiezioni più ricorrenti. La prima riguarda l’acqua, il timore che il raffreddamento dei server impoverisca le falde locali. La seconda l’energia, la preoccupazione che il fabbisogno di migliaia di server faccia salire il conto in bolletta. La terza, più immediata, il fastidio per il ronzio degli impianti di ventilazione. Sono preoccupazioni legittime e vanno prese sul serio, ma sono anche preoccupazioni a cui esistono risposte tecniche verificabili.

Un sondaggio dell’Annenberg Public Policy Center dell’Università della Pennsylvania dell’agosto 2026, condotto su un campione nazionale di 1.320 cittadini americani, misura la velocità con cui il timore si è trasformato in opposizione organizzata: il 61% degli intervistati si dice contrario alla costruzione di un nuovo data center nella propria zona, contro il 49% di soli quattro mesi prima.

Il dato più interessante, però, è un altro, ed è quello che riporta la comunicazione al centro. Una ricerca di Embold Research mostra che il timore principale, l’aumento delle bollette, si disinnesca con una scelta tecnica: se un data center genera in loco parte della propria elettricità, la quota di cittadini convinti che le bollette saliranno crolla dal 73% al 46%, e circa quattro elettori su dieci dichiarano che sarebbero più propensi a sostenere l’impianto proprio per questo motivo. L’opposizione, in altre parole, non è un destino. È reversibile, a condizione di spiegare prima gli impegni che una società prende nei confronti della comunità in cui costruisce una infrastruttura.

Un data center che si limita a chiedere terreno, acqua ed energia si presenta a una comunità con il profilo di chi porta via qualcosa. Lo stesso impianto, se comunica fin dall’inizio che produrrà parte della sua energia, che non farà salire le bollette, che è disposto a discutere le proprie scelte con chi vive intorno, cambia immagine: da soggetto che consuma a soggetto che dialoga e restituisce. La tecnologia di raffreddamento o il mix energetico possono restare gli stessi in entrambi i casi. A cambiare è il modo in cui l’operatore si racconta, ed è quel racconto, prima ancora dei fatti che descrive, a decidere se la porta di un territorio si apre o si chiude.

Chi pensa che il rapporto tra grandi infrastrutture e comunità locali sia una novità legata all’intelligenza artificiale sottovaluta la storia. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’urbanista Robert Moses ridisegnò New York con una rete di autostrade e grandi opere pubbliche, convinto che il progresso avesse il diritto di attraversare i quartieri senza chiedere permesso a chi ci abitava. Di fronte a lui si contrappose una giornalista di nome Jane Jacobs, che aveva una visione opposta della città, fondata sulla vita di strada, sui piccoli negozi, sulle comunità di quartiere.

Nel suo saggio del 1961, The Death and Life of Great American Cities, sostenne una tesi tanto semplice quanto scomoda per chi pianifica dall’alto: una città restituisce qualcosa a ciascuno solo quando è ognuno ad averla costruita, non quando qualcuno gliela impone. Jacobs vinse e riuscì a fermare l’autostrada che avrebbe tagliato in due il Lower Manhattan. La lezione non è che le grandi opere non vadano fatte bensì che in una trasformazione del territorio l’ultima parola non ce l’ha l’ente che firma l’autorizzazione, ma la comunità che quella trasformazione la vive ogni giorno.

Un modello alternativo esiste, ed è utile vedere chi lo ha pensato. A gennaio Microsoft ha lanciato la sua iniziativa Community-First AI Infrastructure: cinque impegni scritti come promesse alle comunità dove la multinazionale costruisce i propri data center. Pagare i costi necessari a evitare che le bollette locali salgano, ridurre e restituire più acqua di quanta ne consumi, creare lavoro per i residenti sono i primi tre. Gli altri due riguardano le imposte locali, versate per intero a beneficio di scuole e ospedali, e gli investimenti in formazione sull’intelligenza artificiale e nel non profit del territorio. Nessuno di questi cinque impegni era imposto per legge, ed è qui che sta il punto. Microsoft non si limita a rispettare le normative locali su acqua, energia e fiscalità, ma sceglie di andare oltre il dovuto e di farlo pubblicamente, assumendosi una responsabilità che nessuna autorizzazione le avrebbe richiesto.

C’è una differenza sostanziale tra un’azienda che si presenta come soggetto regolato, tenuto al rispetto di soglie minime, e un’azienda che si presenta come protagonista della comunità in cui si insedia. Significa trattare il proprio insediamento come un impegno di lungo periodo con un territorio e non come una pratica amministrativa da chiudere il prima possibile.

Per l’Italia la posta in gioco è alta. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, tra il 2023 e il 2025 il settore ha attirato 7,1 miliardi di euro di investimenti nel nostro paese; per il triennio 2026-2028 ne sono già stati annunciati altri, per un valore potenziale di 25,4 miliardi. Milano concentra il 68% della potenza installata a livello nazionale e punta a superare il gigawatt entro il 2028, mentre Roma emerge come nuovo baricentro strategico. I capitali non mancano, e nemmeno la volontà di investirli qui. A mancare, semmai, è la certezza che ogni euro di quei 25,4 miliardi trovi un territorio disposto ad accoglierlo. È un’occasione di sviluppo che si vince o si perde a livello locale, un comune alla volta.

Se dovessi sintetizzare in una frase quello che il caso dei data center insegna a chi fa il nostro mestiere, direi questa: la prima autorizzazione da ottenere non è quella dell’ente pubblico, è quella della cittadinanza. Va cercata prima di posare la prima pietra, non dopo la prima protesta. Significa conoscere un territorio prima di entrarci, ascoltare le sue abitudini prima di proporgli un cambiamento, coinvolgerlo con processi partecipativi reali e non simbolici. Non si tratta di convincere una comunità ad accettare un capannone industriale, si tratta di affrontare insieme a lei le sue preoccupazioni, mentre si dimostra, con fatti verificabili e non con slogan, il valore di quello sviluppo.

La domanda a cui ogni progetto dovrebbe saper rispondere, prima che gliela facciano gli abitanti, è semplice: che cosa ci guadagna davvero chi vive qui? Un gettito fiscale che si vede in una scuola nuova? Energia pagata da chi costruisce e non da chi abita? Posti di lavoro reali? Sono domande che hanno risposte, e le migliori sono già state date. Chi comunica per mestiere ha la responsabilità, e l’occasione, di raccontarlo prima che lo faccia qualcun altro al posto suo.

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