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Comunicare è una questione di fiducia: Edelman ne certifica il calo

Quando comunichiamo, l’efficacia del nostro messaggio è determinata da un insieme di fattori. Uno di questi è sicuramente la fiducia di cui gode presso il ricevente il soggetto che dirama quella comunicazione e che fa leva su un capitale reputazionale costruito nel tempo ma costantemente a rischio. Cerchiamo però di ampliare l’orizzonte e di porci un interrogativo più generale: quali sono gli attori sociali che godono del maggior livello di fiducia? E perché ciò avviene?

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Uno studio su 33mila persone. Ci aiuta l’Edelman Trust Barometer, uno studio annuale condotto in 28 Paesi su oltre 33mila persone, presentato il 6 febbraio alla Camera dei deputati dall’amministratore delegato per l’Italia dell’agenzia Edelman Fiorella Passoni. Il risultato è in rosso anche quest’anno: l’indice si è contratto di altri tre punti (da 50 a 47) e il trend negativo è stato registrato in 21 dei 28 Paesi esaminati dall’agenzia di relazioni pubbliche.

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La comunicazione politica di Zuckerberg, bei proclami per non pagare le tasse?

Risale al 16 febbraio 2017 la pubblicazione sulla pagina personale del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, di un lungo post ad alto contenuto politico, subito etichettato come il “manifesto programmatico” dell’amministratore delegato del social media più amato al mondo. Manifesto o no, l’appello di Zuckerberg (quasi 6 mila parole) è denso di concetti e buoni propositi illustrati alla grande famiglia degli utenti Facebook proprio con l’intento di «costruire una comunità globale».

Contro gli anti-globalizzazione. La dichiarazione d’intenti dell’ex ragazzo prodigio di Harvard non è passata inosservata. Molti esperti si sono divertiti ad analizzare il suo appello denunciandone la vaghezza o richiamando l’attenzione sull’uso insistente del concetto di «infrastruttura sociale» per descrivere il ruolo di Facebook. Altri ne hanno criticato il generico progressivismo e il velato riferimento agli avversari della globalizzazione, senza però fare nomi e cognomi.

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Anche l’economia ha bisogno di uno storytelling

L’economia è onnipresente sulle pagine dei quotidiani e nei servizi dei telegiornali, persino nel variegato mondo dei social media. Quanti di noi seguono su Twitter economisti di fama o esperti di finanza che, con teorie più o meno mainstream, cercano di convincere i propri follower?

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Tutto passa dall’economia. Un editoriale del Financial Times, scritto magari da una delle firme di punta, è in grado di scatenare in Italia un dibattito politico che dura giorni ed è sui dati economici più rilevanti (disoccupazione, crescita del Pil, debito pubblico, spread) che si consumano gli scontri più accesi tra i partiti e tra governo e opposizione. Inevitabile che ciò accada in un periodo storico contraddistinto da una crisi che sembra non passare e dalla tendenza politica ad attaccare le ricette economiche più consolidate (vedere alla voce Donald Trump). Come possono le istituzioni, la politica e i media rispondere agli interrogativi che la società pone loro?

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Come sopravvivere alle fake news in campagna elettorale

Dopo essere state associate alla vittoria dei sostenitori della Brexit nel Regno Unito ed essere diventate uno degli argomenti più dibattuti durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, le bufale rischiano di essere le autentiche protagoniste anche nelle elezioni 2017 in Francia e in Germania. Due contesti politici completamente differenti, ma che presentano rischi molto simili: da una parte la contesa per sostituire il presidente uscente François Hollande sta assumendo contorni sempre più controversi e inaspettati, mentre a Berlino la Cancelliera Angela Merkel corre per il quarto mandato con il peso di scelte politiche molto dibattute, come l’apertura del suo Paese ai rifugiati.

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Dibattito inquinato. È proprio su argomenti di così facile presa sull’opinione pubblica (presunti incidenti a sfondo religioso oppure ondate di crimini collegate alla presenza di stranieri) che proliferano le notizie false, inquinando pericolosamente un dibattito che dovrebbe riguardare solo fatti verificati e problemi certi.

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Instagram e Snapchat, la sfida più calda del panorama social

Mentre il nostro profilo social di riferimento rimane, almeno per la maggior parte di noi, quello su Facebook e il neo presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua imperterrito a utilizzare il suo account su Twitter come strumento di lotta politica, ci sono altri due esempi di social network da tenere d’occhio: Instagram e Snapchat.

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Sempre più utenti. Il primo, basato sulla condivisione di immagini tratte dalla nostra vita quotidiana, si sta diffondendo sempre più anche tra gli utenti italiani (oltre 9 milioni, secondo quanto dichiarato a febbraio 2016 dal fondatore della piattaforma in visita in Italia), mentre il secondo ha ormai conquistato uno zoccolo duro di giovanissimi fan (il 44% degli italiani su Snapchat ha tra i 13 ei 17 anni) che postano quotidianamente spezzoni della loro vita quotidiana. Brevi video che si auto-distruggono e che permettono di raccontare in modo simpatico e con filtri auto-ironici i momenti, importanti ma anche banali, della propria giornata. Lo stesso video condivisibile anche tramite le Instagram story, per un tempo limitato, con i follower che già seguono le nostre immagini.

Se due app mettono a disposizione la stessa tipologia di servizio è naturale che alcuni degli utilizzatori decidano consapevolmente di migrare da una piattaforma all’altra o di sospendere l’uso di una delle due. Lo ha spiegato molto bene il sito specializzato TechCrunch mettendo in fila i numeri che confermerebbero un momentaneo declino di Snapchat a seguito dell’introduzione delle Instagram story: una novità lanciata nell’estate 2016 e che, secondo alcuni addetti ai lavori consultati dal sito, avrebbe portato a una contrazione dei video caricati su Snapchat di un range dal 15 al 40%.

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Il bersagliato spot Rai su Sanremo un senso (sotto sotto) ce l’ha

Potrebbe sembrare quasi un paradosso: come comunicare se si è responsabili delle attività di comunicazione di un grande network televisivo o di una media company? Le sfide sono esattamente le stesse a cui deve far fronte un’azienda tradizionale: valorizzare i propri punti di forza, raccontare i successi, stabilire un rapporto costruttivo e di fiducia con il mondo dell’informazione, dialogare in modo efficace con gli stakeholder più rilevanti e garantire che le risorse interne siano coinvolte.

pubblicita-sanremo-fetiMix di linguaggi diversi. Guardiamo, per esempio, al caso della Rai e a come stanno evolvendo le strategie comunicative della tivù di Stato guidata da Antonio Campo Dall’Orto e dalla squadra della comunicazione di Giovanni Parapini. Essere servizio pubblico, indubbiamente, comporta l’adozione di uno stile diverso (più istituzionale e in linea con la sensibilità del Paese), ma non per questo rigido o poco innovativo. Quello che fa la differenza è sempre la capacità di dosare linguaggi diversi, mixando strumenti di comunicazione senza perdere mai il gusto per la sperimentazione.

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Svolta digitale della carta e nuovi ruoli dei social: le news cambiano

Il dibattito sulla post-verità e sulla pericolosità delle bufale ci ha accompagnato nel passaggio al 2017, dopo 12 mesi che hanno sconvolto in modo imprevedibile il mondo che ci circonda. Facciamo però un passo indietro, prima di farci risucchiare nella discussione su quanto le notizie false e le affermazioni prive di ogni fondamento abbiano agevolato la vittoria dell’eccentrico Donald Trump, pronto a prendere possesso della Casa Bianca venerdì 20 gennaio. Perché se è di notizie che stiamo parlando, dovremmo innanzitutto capire da dove le ricaviamo nella nostra vita quotidiana. L’informazione è ovunque: dal nostro cellulare a uno schermo in metropolitana, dalla rivista patinata alla timeline dei nostri profili social.

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Essere leader nel 2017: tre sfide per una mission vitale

In questi primi giorni del 2017 è bello riflettere sulle sfide che ci attendono nel nuovo anno, sia in ambito professionale sia nella vita privata. Questo vale soprattutto per chi siede ai vertici di una società: valutare la propria performance, inquadrare i margini di miglioramento e sentire il polso della situazione in azienda sono azioni utili per capire se si sta andando nella giusta direzione. Una domanda provocatoria: che cosa vuol dire essere leader nell’era del digitale? Un tema che, non a caso, un colosso della consulenza come McKinsey ha messo spesso al centro delle sue analisi nel corso del 2016.

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Viralità, integrazione e dialogo: comunicare nel 2016

La fine dell’anno è sempre un momento utile per fare qualche riflessione sui trend più interessanti del proprio settore. Senza la pretesa di essere esaustivo, vorrei chiudere un altro anno di questa rubrica con una breve sintesi di quelli che sono, secondo me, gli elementi di maggior rilievo che hanno contraddistinto il mondo della comunicazione nel 2016.

Attenzione alle bufale. Non è un caso che la parola dell’anno sia “post-verità”. Nell’era del web e delle informazioni a portata di click, sembra sempre più difficile stabilire in quali sedi e grazie a quali strumenti si può risalire alla verità. Il 2016 ha visto il trionfo di narrazioni della società e di posizioni politiche spesso sganciate dall’esigenza di verificare la veridicità di quanto viene affermato nel dibattito e questo, a lungo andare, rischia di creare confusione e smarrimento.

Un esempio tutto italiano è costituito da un articolo con una falsa dichiarazione del neo presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che ha totalizzato un impressionante record di condivisioni: oltre 15 mila in alcune ore. Possibile che tutti questi utenti abbiano dato per buona una frase approssimativa come «Gli italiani smettano di lamentarsi e facciano sacrifici»? Sì, perché forse si è perso quel senso di autorevolezza che dovrebbe distinguere un grande quotidiano da una pagina di fake news. La via di uscita potrebbe passare da un controllo più serrato “a monte” da parte degli stessi mezzi di informazione. In più, bisognerebbe fare di tutto per sensibilizzare maggiormente i nostri lettori a scorrere con un occhio critico la propria timeline su Facebook o Twitter, anche rendendo percepibile la differenza in termini di contenuto e completezza rispetto a una qualsiasi pagina web.

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L’unione di pubblico e privato può salvare la cultura italiana

Quando parliamo di impresa e cultura, o di gestione di un istituto o bene culturale, i luoghi comuni si sprecano: conflitto tra tutela, cioè conservazione, e valorizzazione, cioè fruizione del bene; estrema burocratizzazione della relazione; scarsità finanziaria; gestione rigida del personale e così dicendo. Tutte argomentazioni valide in un Paese dall’offerta culturale abbondante e diffusa.

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La cultura come la marmellata. Tuttavia ci sono eccezioni. Come quella presentata da Marina Valensise, direttrice fino all’estate 2016 dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi, che in un divertente e istruttivo libro ha raccontato una esperienza quadriennale di successo. Un manuale moderno della buona gestione delle relazioni. «Leggere questo rendiconto del mio viaggio nella pubblica amministrazione», scrive infatti la Valensise, «spero potrà servire a chi opera sui due versanti, quello pubblico e quello privato, superando la reciproca diffidenza e il doppio ostacolo che rischia di vanificare gli sforzi comuni: e cioè da un lato il sospetto che spesso paralizza la pubblica amministrazione nei confronti della proposta lanciata da un privato; dall’altro, l’eccesso di autoreferenza da parte del privato, che rischia di straripare rispetto all’interesse pubblico e alla naturale visione d’insieme dell’amministrazione. Intendiamoci, non si tratta di conciliare l’inconciliabile, ma di tentare di superare lo stallo che contrappone i fautori del mercato e della libertà di impresa ai custodi dell’ortodossia».

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