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Nell’era della post-verità restituiamo valore alla tivù

Non è stato certo l’autorevole parere dell’Oxford Dictionary a convincerci che viviamo in un’epoca in cui domina il pericolo della disinformazione, amplificato dalla dirompente moltiplicazione di canali e dal proliferare delle piattaforme da cui attingiamo quotidianamente notizie. Sembra quasi un luogo comune, ma è incredibile pensare che sia possibile seguire i maggiori avvenimenti o cercare di costruire una propria opinione politica anche solo affidandoci distrattamente ai contenuti che le nostre innumerevoli timeline, su Facebook o Twitter, mettono insieme per noi.

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Internet a doppio taglio. Questa facilità di fruizione comporta però molti rischi. Ecco che la “bufala” (o post-verità) diventa qualcosa di tangibile e di insidiosissimo: una pagina web con un nome ambiguo, un portale che sembra rivelare verità che i media mainstream nascondono, post virali che destano l’indignazione di un secondo e si prestano a essere condivisi con la nostra community in un clic. Come disinnescare questo rischio? Ci sono due recenti eventi politici che sembrano aver risvegliato improvvisamente la consapevolezza del problema. Prima dell’estate, la decisione del Regno Unito di “staccarsi” dal Continente uscendo, con modalità ancora tutte da definire, dall’Unione europea. A inizio novembre, l’arrivo del ciclone Donald Trump alla Casa Bianca ha spinto molti ad avanzare dubbi sugli strumenti che il mondo dell’informazione e del web fornisce ai cittadini.

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Il gender gap non è solo ingiusto, ma anche svantaggioso

C’è un’espressione che negli ultimi mesi troviamo su tutte le pagine dei giornali: “Industria 4.0”. Una nuova rivoluzione industriale che, anziché essere basata sul carbone, sull’energia elettrica o sull’informatica, darà luogo per la prima volta a un ciclo di produzione automatizzato e interconnesso. Una “rivoluzione” necessita in realtà di tante piccole rivoluzioni, magari meno altisonanti ma più profonde e incisive. Una di queste è quella che dovrebbe permetterci di colmare il cosiddetto gender gap, la disparità di genere che non assicura le stesse opportunità professionali alle donne e agli uomini. Un contesto economico diseguale, in cui il potenziale femminile non viene adeguatamente sfruttato, non è solo ingiusto ma profondamente inefficiente.

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Talent pipeline inceppata. Non colmare il gender gap significa trascurare un inestimabile capitale di talento e ha un impatto misurabile in termini di business. Lo ha messo nero su bianco il World Economic Forum in un report pubblicato all’inizio di quest’anno: anche se le donne sono mediamente più istruite degli uomini a livello globale, la loro probabilità di occupare posizioni di leadership è solo il 28% di quella degli uomini. Questo nonostante sia donna la maggioranza delle matricole universitarie in 100 Paesi. In un settore alla continua ricerca di potenziale umano come quello dell’informatica e della tecnologia, paradossalmente, solo il 37% degli operatori ritiene che allargare la componente femminile della propria forza lavoro sia funzionale agli obiettivi di crescita. È la talent pipeline che sembra essere inceppata: esaminando tutti i settori, risulta che il 33% dei dipendenti junior è donna, ma tale percentuale frana al 15% e al 9% se consideriamo il livello senior e i vertici aziendali.

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Il flop dei big data e non solo: cosa ci insegna Trump

A una settimana dal voto che ha incoronato l’immobiliarista repubblicano Donald Trump nuovo presidente degli Stati Uniti, ci stiamo abituando a immaginarlo accomodato in poltrona nello Studio ovale.
Non è un mistero che gran parte del pubblico (e quasi tutti i media) del Vecchio Continente tifasse spregiudicatamente per la democratica Hillary Clinton, ma le cose non sono andate come ci aspettavamo.

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Simpatie da archiviare. Ora che la polvere dello scontro inizia a posarsi, dobbiamo mettere da parte le nostre simpatie e fare uno sforzo di elaborazione.
Ecco quattro lezioni che possiamo provare a trarre dall’inaspettata vittoria di Trump.

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Action tank, dai pensieri ai fatti

Da tempo sento ripetere una formula interessante, che mescola elaborazione intellettuale e capacità di intervenire sul reale. Si tratta di “action tank”, una definizione che esprime efficacemente l’esigenza di raccogliere idee di policy e di trasformarle in azioni concrete. Il riferimento è al ben più noto concetto di “think tank”, i cosiddetti “serbatoi di pensiero” dai quali, nel mondo anglosassone, si attinge per dare una base scientificamente solida a un’ipotesi di intervento politico. Centri studi caratterizzati dalla presenza di un team di esperti che, tramite attività di ricerca non puramente accademica, sono in grado di supportare il decisore pubblico nell’identificare le soluzioni migliori per affrontare un problema, garantendo un approccio autorevole e neutrale.

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Grazie Obama: senza di te i social perdono fascino

Nessuno si sorprende più se un giornalista politico cita un tweet o un post Facebook del presidente del Consiglio o di un ministro per indicarne la posizione su un certo tema.
Nel contesto italiano, i social media hanno rappresentato e rappresentano una componente essenziale dell’ascesa e delle successive attività di comunicazione istituzionale del premier Matteo Renzi: basti citare il ruolo iconico delle immagini pubblicate su Instagram dal portavoce Filippo Sensi.

tweet obamaArchivio aperto. Tweet, post e foto che costituiscono una sorta di “archivio” digitale aperto a tutti gli utenti, più accessibile di una normale raccolta ufficiale.
È per questo che alla Casa bianca, ora che la presidenza di Barack Obama è in scadenza, ci si pone il problema di come gestire nel modo più efficace e rispettoso la “transizione digitale”.
Sappiamo tutti quanto sia delicato e appassionante il processo politico-amministrativo che viene attivato nel momento in cui un presidente degli Stati Uniti deve lasciare lo Studio ovale al vincitore delle elezioni di novembre.
Come verrà gestita questa fase sugli account ufficiali dell’amministrazione Obama?

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La sfida di un’Antitrust tra i banchi di scuola

Se c’è una cosa che ho imparato nel corso della mia carriera di comunicatore d’impresa è che non bisogna dare nulla per scontato. È un errore nel quale si può cadere senza nemmeno rendersene conto. Se si guida l’ufficio stampa di una grande azienda, per esempio, si può essere indotti a credere che la visibilità e la riconoscibilità del proprio brand siano ormai un dato di fatto.

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Il ruolo cruciale di un’Authority. Un leader di mercato tenderà dunque a ribadire la propria posizione e il proprio successo con il rischio, magari sottovalutato, di diventare ripetitivi o poco interessanti. Un problema simile può riguardare anche coloro ai quali è affidata l’affascinante missione di comunicare il ruolo e le attività delle istituzioni.
Un ministero o un’authority ricoprono sicuramente una posizione indiscussa nel dibattito pubblico, ma anche in questo caso è vitale lavorare pancia a terra per non cadere mai nel “già sentito” e nel “già detto”.
La comunicazione, qualunque sia la sua natura, vive di sfide quotidiane e di intuizioni.
Un ingrediente fondamentale per adottare con efficacia nuovi linguaggi, per scegliere con accortezza gli strumenti migliori, per coinvolgere in modo proattivo i differenti pubblici.

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Fiction, lingua universale per raccontare l’Italia

Se dovessimo indicare il modo più efficace per raccontare l’epoca che stiamo vivendo sceglieremmo con molta probabilità la serie tivù.
Per molti di noi le serie sono diventate una fonte di divertimento e relax, se non di autentica passione da “divorare” nei momenti che preferiamo o seguendo, con maggiore pazienza, la programmazione televisiva.
Una passione che in Italia, Paese di grandi registi e di storici festival cinematografici, ha contagiato anche il Premio Oscar Paolo Sorrentino.

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L’autore de Il Divo e de La Grande Bellezza ha infatti accettato la sfida di mettersi dietro la macchina da presa per dirigere una serie come The Young Pope, con la star Jude Law nei panni di un ambiguo e giovanissimo pontefice che scardina tutte le regole.

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Un nuovo mecenatismo per risollevare il Paese

Parlare di cultura in Italia significa discutere di uno dei maggiori punti di forza del nostro Paese, l’elemento caratterizzante che lo rende unico.
Fare cultura, dal mio punto di vista, vuol dire soprattutto andare ben oltre una mera ottica di conservazione, focalizzandosi su un continuo sforzo di inventiva e creatività.
È la sfida cruciale della valorizzazione che dovrebbero raccogliere tutti, sia chi opera nel settore sia chi vi si avvicina da appassionato.

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Findus e Vileda, perché il boicottaggio M5S è immotivato

Boicottare un brand perché è tra gli sponsor di una trasmissione televisiva sgradita?
Sembra un’affermazione esagerata, ma è esattamente quello che sta accadendo in queste ore a Findus e Vileda.
I due marchi sono infatti oggetto di una pesante campagna di denigrazione sul web, per via del loro inserimento negli spazi pubblicitari del talk show mattutino de La7, L’aria che tira.

Merlino nel mirino del M5S. Il programma condotto da Myrta Merlino è finito nell’occhio del ciclone per via della presunta insistenza della giornalista nel denunciare le carenze dell’amministrazione a Cinque stelle di Roma, guidata dalla sindaca Virginia Raggi.
Una tendenza, denunciano i sostenitori del Movimento, che denoterebbe la chiara volontà della Merlino di mettere in difficoltà la sindaca della Capitale, spesso sulle prime pagine dei quotidiani per via del travagliato processo di composizione della Giunta.

Gli sponsor non c’entrano. Queste le accuse, diffuse tramite il passaparola online e una sistematica azione di “copia e incolla” di post sulle pagine Facebook dei marchi incriminati.
Una domanda sorge spontanea: perché rinunciare a un sofficino o a un prodotto per la pulizia nel nome di una presunta “politicizzazione” del contenitore di uno spazio pubblicitario?
Difficile immaginare che le due aziende abbiano scelto volutamente quella fascia oraria per via delle opinioni espresse durante il popolare talk-show.
Il rapporto tra gli sponsor e i loro testimonial è da sempre al centro di discussioni e decisioni dolorose. Il legame di fiducia tra un brand e la persona che viene scelta per rappresentarlo è infatti delicatissimo ed è costantemente a rischio.

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